economia

Nuovo esame di maturità: il buonismo viscido che fa male al paese.

Non si è fatto attendere un primo provvedimento da parte di Valeria Fedeli, neo-Ministra dell’Istruzione (ma anche dell’Università e della Ricerca Scientifica): a partire dal 2018 cambiano le regole relative all’esame di maturità, nella direzione di un maggior buonismo socialisteggiante.

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Per la precisione, due sono le nuove disposizioni che trovo pessime:

  • Dal 2018 anche il voto in condotta contribuisce al calcolo della media per arrivare alla sufficienza, e non è più necessario avere la sufficienza in ogni materia.
  • Aumenta da 25 a 40 punti il peso dato alla carriera scolastica degli ultimi tre anni, e nel frattempo diminuisce il peso attribuito all’esame di maturità stesso (da 75 a 60: 20 punti per ciascuna delle due prove scritte, e 20 per l’esame orale, mentre viene abolita la terza prova scritta).

Che dire? Ne ho già scritto sia su Twitter che su Facebook, e parlato alla radio durante la trasmissione Attenti a Noi Due con Alessandro Milan e Oscar Giannino, in contraddittorio con la mia omonima senatrice Francesca Puglisi, responsabile per scuola università  e ricerca scientifica nel PD: tutto questo buonismo socialisteggiante renderà più facile l’esame di maturità, con la conseguenza che saremo noi docenti all’università che dovremo gestire un gruppo di studenti “maturati” che beneficiano di un esame di stato più permissivo.

Intendiamoci: nessuno si nasconde il fatto che il numero relativamente basso di giovani che frequentano l’università e ottengono almeno la laurea triennale sia un problema serio per l’Italia, in quanto ciò implica un capitale umano in media più basso, e che non cresce abbastanza in fretta.

Ma il buonismo non è la risposta: perché mai gli studenti devono essere salvati dal voto in condotta -tipicamente piuttosto alto- in presenza di voti bassi nelle materie specifiche? Perché mai punteggi alti in italiano devono salvare chi ha preso un’insufficienza in matematica, materia disprezzata dalle nostre parti a partire dallo sciocco insegnamento di Croce e Gentile?

E non è finita qui: riguardo al peso maggiore dato alla carriera universitaria, perché mai gli studenti devono sentire di meno la tensione di un esame su cui vengono davvero misurati qui e ora, a prescindere da quanto è hanno fatto prima? A parte i debosciati casi di chi vive di rendita e basta, dopo la scuola superiore c’è l’università oppure il mondo del lavoro: pensano forse gli studenti che -in un colloquio di lavoro con l’impresa X- possa in qualche modo contare quanto siano stati bravi nel colloquio con l’impresa Y accaduto due mesi prima? Pensano forse gli studenti che la buona performance all’esame di diritto privato debba contare qualcosa rispetto al successivo esame di scienza delle finanze?

Questo buonismo viscido fa male al paese e al suo futuro. La strada giusta è un’altra, ed è quella anglosassone del “no pain, no gain”.

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