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La lezione di Keith Richards sulla spesa pubblica

Qualcuno dovrebbe spiegare agli statalisti di casa nostra che -anche a voler essere coerenti con un modo di ragionare di tipo schiettamente keynesiano- sono gli aumenti della spesa pubblica rispetto al livello iniziale a dare una spinta verso l’alto al prodotto interno lordo (PIL) nel breve termine, e non già il livello stesso della spesa pubblica. Tra poco mi farò aiutare dai ragionamenti di Keith Richards -chitarrista dei Rolling Stones- per chiarire la faccenda.

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Tornando a bomba, non è nemmeno chiaro se l’effetto moltiplicativo sul PIL sia maggiore nel caso di un aumento temporaneo permanente della spesa pubblica stessa, come ad esempio discusso in questo pezzo di Robert Barro.

Qualche statalista di casa nostra potrebbe essere ordunque tentato di predicare continui aumenti della spesa pubblica, appunto a motivo del fatto che non basta un livello permanentemente più elevato della spesa pubblica per ottenere una sequenza di incrementi del PIL anche negli anni successivi al primo aumento della spesa, una volta che si sono esauriti gli effetti moltiplicativi di tale aumento.

A onor del vero, si potrebbe essere vagamente più ottimisti sul tema nel caso di investimenti pubblici in infrastrutture -o nel capitale umano del paese-, in quanto questi investimenti possono funzionare da riempi-pista inducendo investimenti maggiori nel settore privato dell’economia, e/o possono aumentarne la produttività.

Detto in altri termini: se la produttività media dell’economia non aumenta, è vano sperare che basti un aumento una tantum della spesa pubblica perché il PIL cresca a un tasso più elevato di quello precedente.

E ricordiamoci che tutte queste cautele riguardano il caso di un aumento della spesa pubblica con utilità pluriennale, cioè in infrastrutture e/o in capitale umano: di solito gli statalisti de noantri hanno in realtà in mente un aumento della spesa pubblica corrente, altro che degli investimenti.

Il punto è che il potere d’acquisto nell’economia passa in misura sempre maggiore attraverso il bilancio dello stato che lo trasferisce ad altri cittadini a fini di redistribuzione più o meno arbitraria oppure esattamente per dare una spinta al lato della domanda dell’economia. Ma -come per una droga a cui ci si abitua- per incrementare il PIL bisogna continuamente aumentare la dose, cioè alzare la spesa da un periodo all’altro, con o senza aumenti corrispondenti delle imposte.

E qui scende in campo Keith Richards, di cui non potete non leggere la sua fantastica autobiografia intitolata semplicemente “Life” Il chitarrista dei Rolling Stones racconta senza tanti giri di parole come i suoi giri di chitarra siano stati per lungo tempo accompagnati da consumi intensi di droga, dalla cannabis alla cocaina e soprattutto all’eroina. Nel frattempo egli racconta di molti dei suoi amici che invece sono stati stroncati da un’overdose. E la tesi -vagamente autoassolutoria- di Richards per spiegare questi esiti diversi è che egli non ha mai aumentato le dosi nel momento in cui percepiva un effetto di assuefazione su sé stesso, cioè un affievolimento degli effetti della dose successiva rispetto alla precedente.

Ecco: con una sana dose di serendipity gli statalisti nostrani, follemente innamorati della spesa pubblica e dei deficit per drogare l’economia, dovrebbero ascoltare la lezione di vita tossica di Richards (che poi peraltro ha smesso di consumare eroina e cocaina) e smetterla di pubblicizzare questo modo pericoloso di drogare l’economia con quantitativi crescenti di spesa pubblica e deficit: una strada viziosa e pericolosa da cui si esce con un’overdose o con una dolorosa -ma necessaria- disintossicazione.

PS1: ringrazio Silvia Tognella per avermi prestato l’autobiografia di Keith Richards, che consiglio a tutti di leggere in inglese come ho fatto io.

PS2: ringrazio Carluccio Bianchi per la bella discussione conviviale sulla Legge di Say e sui moltiplicatori keynesiani, che mi ha ispirato questo pezzo!

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