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Riflessioni pacate sul governo giallo rosso

Chi l’avrebbe mai detto: in poche settimane siamo passati -per colpa del Senatore di Rosarno Matteo Salvini- dal governo #GialloVerdeAnsia sostenuto da Lega e MoVimento 5 Stelle al governo giallo rosso sostenuto da MoVimento 5 Stelle, Partito Democratico e Liberi e Uguali, che non ha ancora -ahinoi!- un aggettivo adatto da appioppargli.

salvini_conte_final

Voglio mettere qui alcune riflessioni iniziando da una premessa importante: sono ed ero contrario alle elezioni anticipate desiderate dalle parti della Lega in quanto pericolose per i nostri conti pubblici e per i nostri risparmi depositati in banca, a motivo dell’orrida influenza dei #NoEuro Borghi e Bagnai sul #SenatoreDiRosarno Salvini.

[Vedete qui sotto il famoso “tweet degli sfilatini” di Borghi, che nel 2015 voleva tranquillizzare sulle banche chiuse per un mese dopo eurexit fatta di sorpresa nel weekend: “scusi eh non è che se le banche chiudono un mese il panettiere lascia seccare gli sfilatini. Si segna a credito”]

borghi_sfilatini

L’argomentazione alla base di questa mia preferenza contro le elezioni anticipate è semplice. Con o senza elezioni anticipate il Senatore di Rosarno avrebbe trovato un capro espiatorio da utilizzare in campagna elettorale: i grillini che dicono no nel caso di elezioni anticipati, oppure il governo giallo rosso in caso di elezioni nel 2020 o anni successivi. Qual è dunque la differenza tra le due situazioni? Che nel caso di elezioni anticipate il Senatore di Rosarno avrebbe sfruttato l’ulteriore vantaggio dell’inerzia, cioè il vento in poppa dato dall’ottimo risultato ottenuto alle elezioni europee, senza che ci fosse il tempo per organizzare un sacrosanto partito di centro focalizzato sulla crescita economica e sulla produttività.

Piccolo salto indietro nel tempo: durante il suo mandato come presidente del consiglio, ho fortemente criticato Matteo Renzi per la sua gestione della finanza pubblica, troppo incline a fare deficit, e per la scelta di mettere tra parentesi il processo di spending review capitanato da Carlo Cottarelli.

Invece, con buona pace di chi si fa dettare le idee politiche dalle antipatie personali, si può affermare una sola cosa:

“Quest’estate Renzi è stato eccezionale.”

Con uno spariglio da antologia, Renzi ha pubblicamente aperto una prospettiva di alleanza del Partito Democratico con il MoVimento 5 Stelle (dalle colonne del Corriere l’11 agosto scorso) e poi ha sfruttato l’appoggio di Beppe Grillo e Romano Prodi per rendere più solida l’alleanza stessa. Nel frattempo Zingaretti ha gestito con intelligenza la negoziazione come segretario del PD.

Chapeau!

Ho parlato abbastanza di politica, mentre è tempo di passare all’economia. Si tratta di valutare la politica economica futura che verrà attuata dal governo Conte Bis, focalizzandosi su due questioni principali: la gestione del debito pubblico e la presenza di interventi favorevoli alla crescita della produttività, che è il più gravoso problema dell’economia italiana (più del debito pubblico!).

La premessa necessaria per questi ragionamenti economici è che l’allontanamento dei pericolosi #NoEuro Borghi e Bagnai dalla maggioranza di governo ha abbassato drasticamente il cosiddetto rischio di ridenominazione, che si traduce in un aumento del tasso di interesse sui titoli di stato a motivo della probabilità di essere ripagati con una moneta svalutata a seguito dell’uscita dell’Italia dall’euro.

[Qui un bel tweet conciliante del pacato Bagnai, questa volta del 2014: “Quando scorrerà il sangue, avermi detto in un orecchio che l’euro è una stronzata non vi salverà”]

bagnai_sangue_euro_stronzata

Un recente pezzo di Edoardo Frattola per l’Osservatorio sui Conti Pubblici guidato da Cottarelli fa un po’ i conti e conclude che il costo dell’incremento dello spread a motivo del #GovernoGialloVerdeAnsia è stato di 20 miliardi di euro. Non sono noccioline! Si tratta di un costo superiore a un punto percentuale del PIL annuo italiano, dovuto al solo fatto che gli investitori e i risparmiatori hanno temuto un’uscita dell’Italia dall’euro con una probabilità molto maggiore a quella che valeva prima dell’avvento di quel governo.

Al crescere durante l’estate della probabilità di un governo che escludesse la Lega sovranista ed evitasse elezioni anticipate, lo spread tra l’interesse pagato dai BTP italiani rispetto a quello pagato dai Bund tedeschi è dunque tornato “a quote più normali“, cioè attorno ai 150 punti base, come all’inizio del maggio 2018 (prima della stressante avventura #GialloVerdeAnsia).

D’altro canto, l’estate scorsa l’economista Daniel Gros aveva stimato in 80 punti base (lo 0,8%) il rischio di ridenominazione connesso al governo #GialloVerdeAnsia, a cui si aggiungevano all’incirca altri 80 punti base per un maggiore rischio di insolvenza (il rischio di non ricevere indietro il capitale prestato allo stato, a prescindere da eurexit).

Pertanto il punto di partenza per il nuovo governo è questo: rischio di ridenominazione quasi annullato per il semplice fatto di avere ruspato via dalla maggioranza i pericolosi consiglieri noeuro del Senatore di Rosarno.

Per quanto concerne le altre scelte di finanza pubblica da attuarsi in futuro bisogna tenere ben presente che -in assenza di una recessione pesante- è sensato finanziare investimenti pubblici in deficit (ad esempio nel settore green, come sembra giustamente piacere al governo Conte Bis) ma non la spesa pubblica corrente. Questo è il primo tema da tenere presente.

Il secondo tema è quello della spending review, cioè del processo attraverso cui si riduce e si rende più efficiente la spesa delle amministrazioni pubbliche, che ha una tendenza disdicevole a crescere in maniera automatica, specialmente in un paese come il nostro. Sotto questo profilo, non mancano passate dichiarazioni di Luigi Di Maio -capo politico del MoVimento 5 Stelle- che erano molto favorevoli a Cottarelli e alla sua spending review, dichiarazioni tipicamente risalenti a prima delle elezioni politiche del 2018. Sarà interessante verificare come si muoveranno PD, M5S e LeU su questa faccenda.

In particolare, dovremmo essere curiosi di capire se tagli di imposte o interventi di spesa intelligenti verranno finanziati in maniera credibile e permanente grazie a tagli di spesa corrente, oppure ricomincerà la triste manfrina della copertura in deficit.

Terzo tema. I governi italiani -a partire da quello guidato da Mario Monti- si sono fatti sostanzialmente fregare dalla cantilena portata avanti da OCSE e Fondo Monetario Internazionale, secondo cui tassare la proprietà immobiliare è il modo meno nocivo alla crescita per ottenere gettito fiscale. A mio parere questa cantilena non è supportata in maniera certa dai dati, e rischia -come sta facendo tuttora- di essere molto dannosa per un paese come l’Italia in cui il settore immobiliare è così rilevante. Qui, in un paper scritto con Donatella Baiardi, Paola Profeta e Simona Scabrosetti e pubblicato su International Tax and Public Finance, mostro come questo risultato empirico sia tutt’altro che robusto, cioè bastano piccole variazioni nei paesi considerati e nei metodi di stima per ottenere effetti statisticamente nulli del mix tra imposte diverse sulla crescita economica dei paesi sviluppati. Vedremo con le prossime leggi di bilancio se il governo capirà che il settore immobiliare è l’organo malato dell’economia italiana, e che il paese ha bisogno di tutto, tranne che di un’ulteriore imposta patrimoniale che si somma a quella già presente, cioè l’IMU.

Il quarto e ultimo punto riguarda le principali misure di finanza pubblica attuate dal precedente governo. In tempi non sospetti (2015) scrissi che il reddito di cittadinanza ha la sua sensatezza, se ben congegnato dal punto di vista degli incentivi: bisognerebbe evitare aliquote marginali vicine al 100%, per cui ogni euro guadagnato sul mercato del lavoro dal soggetto che percepisce tale sussidio si traduce nella perdita di un euro di sussidio, cosicché l’incentivo a lavorare riceve -per usare un pietoso eufemismo- un epocale #sdeng.

Tutt’altro discorso invece per i prepensionamenti di #Quota100: si tratta di una misura iniqua, rigettata dagli stessi italiani rispetto alle previsioni fatte al momento della sua introduzione: l’opzione #Quota100 danneggia il sistema pensionistico, che -giova ricordarlo ogni volta- è senza tesoretto: le pensioni sono finanziate dai contributi pagati dai lavoratori e da trasferimenti dallo stato in caso di insufficienza dei contributi stessi, senza poter contare su alcun tesoretto di contributi passati, che sono già stati utilizzati per pagare le pensioni ai pensionati di allora.

Sarà dunque cosa buona e giusta se il presidente Conte e il ministro dell’economia Gualtieri ne minimizzeranno l’impatto, pensando piuttosto a spendere i soldi dei contribuenti a favore delle famiglie con bambini piccoli, perché il nostro stato sociale può e deve spostarsi a favore delle generazioni più giovani, invece di essere ossessivamente concentrato su quelle più anziane.

Sotto questo profilo -per concludere con una nota positiva- gli asili nido gratis di cui ha parlato Conte in Parlamento nel discorso per ottenere la fiducia sono un buon punto di partenza da attuare e consolidare.

Vedremo!

 

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