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Trasparenza nei talk show politici: una proposta

 

Se non c’è un benefattore che paga -sia esso lo stato oppure un soggetto privato- i mass media hanno bisogno di ottenere ricavi che siano pari o superiori ai costi per sopravvivere e prosperare. Una banalità che vale per ogni settore economico, con la complicazione che nel caso dei mass media vi sono due fonti di ricavi connesse: il prezzo monetario che ascoltatori e lettori eventualmente pagano, e la pubblicità che viene venduta agli inserzionisti, in funzione del fatto vi sono poche o tante “palle degli occhi” (eyeballs) o orecchie che ti ascoltano. L’idea è che in questo modo si possono invogliare i possessori di tali occhi e tali orecchie a comprare quel prodotto o servizio pubblicizzato.

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D’altro canto i mass media attirano i loro consumatori offrendo intrattenimento e informazione in diverse dosi. Vorrei parlare qui di informazione, focalizzandomi su quella televisiva, e in particolare sui talk show. In un paese come l’Italia è tuttora vero che la televisione -e soprattutto i telegiornali- sono la principale fonte di informazione, anche se internet e i social network stanno rapidamente avvicinandosi alla prima posizione, salvo esserlo già per le giovani generazioni.

L’audience dei talk show è tipicamente molto più bassa di quella dei telegiornali, il che spiega il fatto che i telegiornali siano più influenti dei primi. Ma nei talk show i produttori e conduttori hanno più gradi di libertà nello scegliere i contenuti trattati rispetto ai TG, che sono più corti e sono maggiormente vincolati a trattare davvero “l’agenda del giorno”, cioè gli eventi più importanti di quel giorno. Anche lì possono essere effettuate scelte arbitrarie, di cui potrei discutere per pagine e pagine (l’ho fatto in maniera più generale e scientifica qui, insieme con Jim Snyder), ma vi confesso che ho più voglia di scrivere sulle scelte fatte nei talk show televisivi, perché lì sta accadendo un fenomeno che trovo davvero preoccupante, che sintetizzerei così:

METTERE A DISCUTERE SU UN CERTO TEMA PERSONE COMPETENTI SU DI ESSO, INSIEME CON PERSONE TOTALMENTE O LARGAMENTE INCOMPETENTI.

Vi sono due corollari a questo fatto, che sono i seguenti:

  1. In certi casi la categoria delle persone competenti è direttamente assente dal dibattito, che viene lasciato ai soli incompetenti, tipicamente di diversa posizione ideologica (ma non sempre);
  2. il conduttore mette sullo stesso piano competenti e incompetenti, respingendo al mittente le lamentele di chi si lamenti di tale scelta editoriale.

Qui potete vedere un caso specifico, ovvero il mio dibattito con Francesca Donato nell’agosto del 2018 alla versione estiva dell’Aria che Tira, trasmessa su La7 e condotta da Francesco Magnani. A quel tempo Francesca Donato veniva invitata come Presidente dell’associazione Progetto Eurexit (e qualche giorno fa Rosalba Reggio sul sito del Sole 24 Ore ha sottoposto ad egregio e adeguato fact checking il suo curriculum della Donato, eletta quest’anno al Parlamento Europeo per la Lega di Salvini).

Il tema di cui si discuteva in quello spezzone di trasmissione è quello delle pensioni, di cui qualcosa so.

 

Molto probabilmente il principale motivo che spiega il fenomeno e i due suoi corollari è la necessità di incrementare e mantenere l’audience creando dibattiti che catturino l’attenzione, contando altresì sul fatto che gli spettatori in media non hanno gli strumenti (o il tempo, o la pazienza) per distinguere competenti da incompetenti.

Sotto questo profilo -come persona che molte volte ha partecipato a talk show- vi assicuro come non sia semplice gestire una discussione su temi economici con persone palesemente incompetenti su tali temi, soprattutto quando vengono fatte affermazioni del tutto prive di fondamento teorico o empirico senza avere larghi spazi per controbattere, e soprattutto se vale il corollario numero 2, ovvero il conduttore mette sullo stesso piano competenti e incompetenti.

Esiste altresì una seconda spiegazione, che naturalmente non esclude la prima. Partiti politici, lobby e agenzie di comunicazione che gestiscono giornalisti ed “esperti” potrebbero avere contatti privilegiati con conduttori e produttori per vendere i presunti esperti ai talk show televisivi, per spingere la carriera di costoro, eventualmente con il fine di inserirli direttamente nell’ambito politico.

Naturalmente solo un lavoro quantitativo fatto bene potrebbe analizzare con maggior precisione e rigore il fenomeno dei talk show invasi dagli incompetenti (insieme con i suoi due corollari): si tratta di un ottimo argomento per una tesi di laurea, un capitolo di tesi di dottorato o un articolo scientifico.

La vera grande domanda da farsi -una volta raccolti e analizzati i dati necessari- è questa: quali sono gli effetti di questo fenomeno sui meccanismi di selezione politica e più in generale sull’opinione pubblica? [Più ci penso, più sono pessimista sul tema, perlomeno nel breve termine.]

In attesa di avere dati e analisi ho una proposta di regolamentazione che è finalizzata alla trasparenza: i talk show -e qualsiasi altra trasmissione televisiva- dovrebbero menzionare nel cosiddetto sottopancia non soltanto la qualifica degli ospiti (ovvero a quale partito, sindacato,  università, o centro di ricerca essi appartengano) MA ANCHE quale sia l’agenzia di comunicazione che eventualmente li rappresenti.

Perché avere paura della trasparenza? Qualcuno ha qualcosa da nascondere?

 

 

4 risposte a "Trasparenza nei talk show politici: una proposta"

  1. Sono pienamente d’accordo ma osservo che serve competenza anche nello scrivere articoli del genere. Da giornalista mi permetto di dirle che il suo pezzo è scritto – tecnicamente – male: per trovare la proposta che annuncia nel titolo bisogna andare alla fine (dovrebbe, invece, stare all’inizio); e tutte le “chiacchiere” introduttive di spiegazione, viceversa, alla fine. Con stima.

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  2. Che cosa unisce una confezione di Sofficini con la sagoma di Carletto, una performance di Achille Lauro e un dibattito tra il Prof. Puglisi e l’avvocato Francesca Donato? Risposta. La capacità di estrarre la risorsa più scarsa in una economia e in una società contemporanea: l’attenzione. Questo è il concetto dell’approccio multidisciplinare americano più avanzato, che va sotto il nome di “Economics of Attention”. Sebbene non sia direttamente misurabile con specifiche unità, al pari degli “utils” di ispirazione benthamiana, l’attenzione prestata a qualcosa risponde alle leggi della domanda e dell’offerta, nonché del proprio prezzo. Ovviamente per essa vale anche la legge di Gresham! Quale potrebbe essere, allora, il termine di scambio tra 10 minuti di dibattito tra accademici di competenza comparabile a quella del Prof. Puglisi e 10 minuti di dialoghi slegati, incoerenti, infarciti di luoghi comuni, battute, insulti, fake data tra un accademico serio, un tuttologo esoterico alla Fusaro, e una invenzione mediatica come la signora Donato? Ovviamente sarebbe preferita la seconda alternativa! Perché? Semplice. La nota gerarchia di Maslow può spiegarlo chiaramente in base al blend di “attenzione avversativa” e di “attenzione attrattiva”. Ovvero i bisogni dell’astante di “appartenenza”, di ” rassicurazione (delle proprie idee)”, di “rivincita” sull’antagonista, ecc. Se ascolto un dibattito tra accademici, in genere, apprendo senza “prendere parte”. Nel secondo caso, invece, partecipo empaticamente condividendo il dire degli antagonisti, scelti artatamente dai produttori del format televisivo. Dunque, se ero un somaro a scuola, il professore mi starà antipatico e parteggerò per chi enuncia pensieri semplificati o feticistici (nel senso della ripetizione reiterata: Salvini è un maestro. E’ facile dimostrare che le sue “narrazioni” sono strutturalmente analoghe alle favole per bambini: cappuccetto rosso, il lupo cattivo, la nonna indifesa, il cacciatore risolutore della situazione orrifica). La signora Donato è altrettanto brava; tratta di una questione tecnicamente complicatissima qual è la moneta unica, come una vicenda tra buoni e cattivi, facile da comprendere e da condividere da chi si sente escluso dal mondo dei “sapienti”. Non è diverso il caso dei vaccini! Se, al contrario, sono dotato di cultura superiore parteggerò per il professore, che si batte contro l’incultura liberata dell’uomo qualunque che è legittimato a rifiutare la gerarchia intellettuale: ovvero, sarò preda del fascino straniante della volgarità prevalente al di fuori del mio mondo, dai jeans strappati, alla Zanzara (24 ore), al Papetee, … che minaccia il mio mondo ordinato di valori consolidati. Concludendo, scrisse Calderon de La Barca “No olvides que es comedia nuestra vida y teatro de farsa el mundo todo que muda el aparato por instantes y que todos en él somos farsantes; acuérdate que Dios, de esta comedia de argumento tan grande y tan difuso, es autor que la hizo y la compuso.” L’unica differenza rispetto alla epoca della decadenza incipiente del Siglo de Oro spagnolo, che ispirava simili meditazioni, è che, rispetto ad un autore della commedia di tale ineffabile grandezza (Dio), l’odierno teatro dell'”informazione al ,grande pubblico” è opera di autori ben più modesti, semplicemente in cerca di un’audience pur che sia, per infilarci dentro quante più raffiche di spot pubblicitari sia possibile. Ai professori si offre una sola scelta: o il grigiore delle aule universitarie dove indirizzare le giovani menti per un domani, o le luci della ribalta, quali gladiatori virtuali, per il godimento di un pubblico silenziosamente urlante che ha bisogno di infierire su qualcuno.

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