economia · politica

In lode di Alberto Alesina

Ho conosciuto di persona Alberto Alesina nel 2002 o nel 2003, a un seminario alla London School of Economics in cui -caso piuttosto eccezionale- presentava un suo paper non da solo ma insieme al suo coautore Philippe Aghion, altro economista eccelso con elevata probabilità di vincere il premio Nobel.

Nel mondo della ricerca, sentire presentare a un seminario qualcuno di cui hai letto decine di paper è un’emozione intellettuale che è abbastanza difficile da confrontare con altre esperienze. In questo caso erano due mostri sacri che presentavano insieme, con stili molto diversi come parti in una piece accademico-teatrale. A differenza dei seminari in altri settori (ad esempio in scienze politiche) nei seminari di economia le domande iniziano subito, di solito già alla prima slide di motivazione del paper presentato (se non direttamente sul titolo del paper stesso).

Alesina presenta un paper in Bocconi nel giugno 2018 (sullo sfondo Guido Tabellini)

Dopo poco arrivò dal pubblico una domanda abbastanza incalzante (detto tra noi: molto sensata). Rispose Aghion per primo, in maniera assai diplomatica, accogliendo i rilievi dell’interlocutore nella direzione garbata del “sì, in una prossima versione del modello potremmo senz’altro inserire questa variante”. A questo punto ecco intervenire Alesina a gamba tesa su entrambi (me lo ricordo come se fosse accaduto ieri): “NO! Questa è la maniera politically correct alla francese per rispondere. Io rispondo nella maniera politically incorrect italiana: questo tuo commento è SBA-GLIA-TO.

Vorrei spiegarvi il contesto: gli inglesi -per farti sapere che il tuo modello o la tua analisi econometrica fanno sontuosamente schifo- non ti dicono in maniera diretta “Guarda che il tuo modello fa schifo”, ma ti spiegano che “I am slightly concerned that your model…” (“sono vagamente preoccupato per il fatto che il tuo modello… [POI ARRIVA LA MAZZATA]” Al contrario, Alesina non spiccava per diplomazia quando diceva la sua e dunque la platea inglese e/o inglesizzata della LSE prese il suo commento con l’aria collettiva di pensare “Beh, è Alesina, è italiano e insegna negli USA, è fatto così.

Quando si fa il dottorato, bisogna farsi coraggio. Mi è sempre piaciuto fare domande durante i seminari, ma quella volta ho pensato bene di aspettare dopo il seminario per farne una, vista l’aria “allegrotta” del seminario stesso. Timorosissimo, mi avvicinai ad Alesina per proporgli un’interpretazione in termini di teoria dei giochi di alcuni risultati nel suo paper. Mi lasciò parlare scrutandomi, prima dubbioso, poi sorridente: “ah, questa è un’ottima interpretazione”.

Fare un dottorato, in economia e non solo, è il momento della gavetta, durante il quale l’autostima è in una perenne condizione esistenziale di eccesso di domanda: ne vorresti tanta e il tuo io te ne offre molto poca. Ebbene, quell’apprezzamento di Alesina lo ricordo ancora adesso -dopo 16 o 17 anni- come una vigorosa e refrigerante dose di autostima.

Poi l’ho conosciuto meglio, a partire dai miei due anni passati a Boston/Cambridge per insegnare al dipartimento di scienze politiche del MIT: col tempo sono entrato in confidenza con lui, si è riso e scherzato, e da allora ho potuto apprezzare direttamente la sua natura di persona alla mano, entusiasta, piena di gioia di vivere.

Era politically correct? No, per niente (come potrebbe trasparire dall’episodio iniziale), ma questa era davvero una manna per tanti negli USA, e soprattutto per gli italiani che –diciamolo- non sono campioni intergalattici di political correctness. Ricordo come fosse ieri una cena con Alberto dove ci rotolammo per terra dalle risate (è una metafora), soprattutto a motivo di una movimentata disputa sul concetto di “falsa magra”. I dettagli della disputa posso solo raccontarli a voce, mi spiace.

Vorrei anche dire qualcosa su Alesina come ricercatore, senza annoiarvi (lui non l’avrebbe mai fatto): quando fai il dottorato ti insegnano che dovresti sempre provare a scrivere uno “wow paper”, cioè un articolo che come prima reazione ti ispira uno “wow”, e con gli “wow” che proseguono anche dopo l’ennesima lettura. Non riesco nemmeno a contare i paper di Alesina per la cui mia reazione era semplicemente “wow”: un genio della serendipity, soprattutto nel senso di occuparsi di domande importanti, connettendo concetti che non ti aspetteresti. O meglio: dopo averne visto la connessione fatta da lui e dai suoi coautori, ti domandi semplicemente “wow, ma come è possibile che nessuno ci abbia pensato prima?

Nel mio livello di economista che è parecchi ordini di grandezza sotto il suo, capivo bene questa sua preferenza per modelli semplici e intuitivi, e il suo sano contro-scetticismo nei confronti di quelli che lui chiamava “identification police” (e che Jim Snyder e Valentino Larcinese ed io avevamo similmente battezzato “talebani dell’identificazione”): il riferimento è a coloro che volevano -e vogliono- purissime e rigorose analisi econometriche le quali devono assomigliare ad esperimenti veri e propri, in modo tale da dimostrare in maniera definitiva (o quasi) nessi di causa ed effetto, con il rischio però di confinare la propria attenzione a “piccole domande”. Al contrario, come già fatto notare da altri in questi giorni tristi, Alberto ha sempre cercato di focalizzarsi, anzi di estendersi alle “grandi domande” che ci fanno capire di più come funzionano economia, politica e società.

Sono sincero: ho invidia per coloro che hanno avuto Alberto come insegnante, e ho invidia per coloro che sono stati suoi coautori o coautrici. Come economista condivido con tutti la gioia di avere letto i suoi articoli e libri, e credo di avere imparato molto da essi. Nel contempo ho avuto il grande onore (un onore pieno di divertimento) di insegnare con lui un corso avanzato di political economy in Bocconi (per l’esattezza: nel primo semestre dell’anno accademico 2012-2013). Durante quel semestre tra le altre cose ho potuto dedicarmi alla missione non semplice di decifrare le sue mail completamente zeppe di refusi. Di cosa parlavamo, oltre all’organizzazione del corso? Di cose frivole, pettegolezzi: un vero refrigerio rispetto al lungo stuolo di seri e seriosi che con troppa frequenza appestano l’aria intorno a noi. Parlavamo spesso di politica, ed era una bella sensazione accorgersi di quanto fosse attento ad ascoltare, sentire la tua opinione. Oggi mi domando: sono capace di avere la sua stessa capacità di pazienza e ascolto?

Ha ragione Guido Tabellini quando scrive che Alesina lascia un vuoto incolmabile. Era come una presenza protettiva, di un self made man che viene dalla provincia, anzi dalla mia stessa provincia: spesso mi veniva da pensare con piacere che a Harvard c’era Alesina che viene da Broni, quell’Alesina che insieme con pochi altri ha interamente creato un nuovo campo di ricerca. Si tratta della political economy, cioè lo studio delle interazioni tra parte economica e parte politica di una società.

Nella sua lezione inaugurale del corso di political economy che abbiamo insegnato insieme, Alesina ha iniziato raccontando degli economisti italiani dell’800 (Conigliani e Puviani) che anticiparono questo approccio allo studio della politica e dell’economia ben prima degli americani Buchanan e Tullock, ed era bello questo modo di inaugurare un corso avanzato di economia in una maniera filologicamente patriottica.

Mi sentivo protetto dal fatto che c’era Alesina in America, e da tutti i wow paper che ci ha regalato. Lunedì 25 maggio, prima di andare a una messa in suo ricordo -qui a Pavia, dove vive ancora la sua famiglia di origine- ho messo a posto la mia incasinatissima scrivania e mi sono trovato tra le mani un suo articolo con Paola Giuliano sulle preferenze per la redistribuzione: fortunatamente ero solo in ufficio e ho potuto piangere senza farmi vedere da nessuno, come molti hanno fatto in questi giorni. La messa è stata celebrata nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro, citata da Dante, Boccaccio e Petrarca. Lì è sepolto Sant’Agostino, in un’arca di avorio maestoso. Non so se basta, non so se è consolante in questo momento così doloroso ma la sua frase “Ama e fa’ ciò che vuoi” mi sembra così adatta per ricordare la gioiosa arrogante gentile anima di Alberto.

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