economia

Il report di Mediobanca su Eurexit è un pessimo papocchio

Mettiamo subito le cose in chiaro: a mio modesto parere il report di Mediobanca sui costi e benefici di Eurexit è un pessimo papocchio. Nicola Porro ha parlato di questo report su Il Giornale, evidenziando come ci sarebbe un guadagno per l’Italia di 8 miliardi di euro, qualora si decidesse di uscire oggi dall’eurozona.

statuetta_papocchio_mediobanca

Secondo tale report il beneficio netto di Eurexit scende nel tempo perché nel tempo cresce la quota di debito pubblico italiano per cui valgono le cosiddette CACs (Collective Action Clauses), ovvero la possibilità per una maggioranza qualificata di creditori di decidere per tutti i creditori le condizioni di ristrutturazione del debito in caso di “un evento di credito”, come ad esempio l’uscita di un paese dall’eurozona, cioè la possibilità di ridenominazione in un’altra valuta. Secondo gli autori del report in caso di uscita dall’euro il governo italiano rinuncerebbe peraltro a chiedere la ridenominazione dei titoli di stato in neo-lire, almeno per quelli coperti da CACs, al fine di evitare di essere buttati fuori dai mercati dei capitali per le emissioni successive di titoli.

Questo costo dovuto a titoli di stato che restano denominati in euro si contrappone al beneficio relativo ai titoli di stato che non sono sottoposti ai CACs, e dunque possono essere facilmente ridenominati in neo-lire senza contenziosi (la cosiddetta Lex Monetae). Il report di Mediobanca quantifica questo “guadagno” in circa 200 miliardi di euro. Guadagni in che senso? Certamente si tratta di titoli di stato che sono espressi in neo-lire, e non nell’euro dei titoli di stato sotto CACs, ma in che senso si tratta di un guadagno? Oppure il trucco sta nel fatto che questi titoli saranno acquistati da Banca d’Italia asservita al Ministero dell’Economia? [vedi più sotto]

Guardiamoci negli occhi [fatto], il report è una cosa dadaista: talora accurato nelle parti su cui gli autori hanno dimestichezza -i profili giuridici relativi ai titoli di stato sotto diversi tipi di regole-, un pessimo papocchio sulle ipotesi macroeconomiche di base, e una sfinge silente su temi cruciali in caso di eurexit.

A proposito di papocchio, ecco due esempi eclatanti:

  • Per giustificare i presunti danni causati dall’euro all’economia italiana, il report dà per scontato che vi sia un effetto negativo della fissazione del tasso di cambio nominale sulla produttività del lavoro italiana, che è il peggior aspetto della nostra economia (insieme all’abnorme debito pubblico). Qui si prende una semplice correlazione per un rapporto di causazione, senza nessuna analisi econometrica di cause e concause della nostra produttività stagnante. Ad essere buoni, una roba del genere farebbe fatica ad entrare in una mediocre tesi di laurea triennale.

 

  • Il report ipotizza che -in concomitanza dell’uscita dell’Italia dall’euro- la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro (ora: Ministero dell’Economia e delle Finanze -MEF-) “si risposino”, cioè si decida di porre fine al “divorzio” tra di essi, avvenuto nel 1981, che consiste nell’assenza di obbligo per la prima di acquistare tutti i titoli di stato che non sono stati acquistati dal mercato. Ecco che ritorna l’obbligo: il linguaggio usato nel report è quanto mai oscuro, ma si potrebbe sospettare che i guadagni sui titoli di stato che vengono ridenominati in neo-lire stanno nel fatto che la Banca d’Italia è pronta ad acquistarli direttamente, con effetti non discussi sull’inflazione. O perlomeno: non discussi nel report.

 

Poi ci sono le vergognose omissioni. In particolare due:

  • A pagina 22 del rapporto, si menziona il fatto che 672 miliardi di debito privato italiano (all’incirca il 70% del totale) sono sottoposti a leggi internazionali. Tra l’altro, 549 di questi 672 miliardi di debito sono in capo al settore finanziario. Esplicitamente il report non si occupa degli effetti dell’uscita dall’euro per questi debiti, salvo avvisare che il settore privato potrebbe subire perdite significative (“significant losses”) nella misura in cui questi debiti non siano ridenominati in neo-lire. Dentro il settore finanziario oserei dire che si sono le banche, mi pare, su cui vedi il punto sotto.

 

  • Nulla viene detto nel rapporto a proposito della stabilità delle banche nel momento in cui l’Italia esca dall’euro, come se una qualche procedura concertata di uscita -a patto che sia possibile- possa salvare le banche stesse da corse agli sportelli reali e virtuali. A ciò si somma il tema dei debiti sotto legge internazionale, di cui al punto precedente.

 

Chiudo con due riflessioni, entrambe amarissime.

  • Mi colpisce molto che una banca d’affari dalla storia illustre come Mediobanca -a parte la gestione non esattamente efficiente di dossier come quello di MPS- pensi di farsi pubblicità e/o di recare un buon servigio ai suoi clienti pubblicando un rapporto dadaista, pieno di omissioni e confusioni. Non oso immaginare che cosa ne penserebbero Adolfo Tino, Enrico Cuccia, Franco Cingano, Vincenzo Maranghi.

 

  •  Molti giornalisti economici non fanno una bella figura, e mi spiace per Nicola Porro che ci è cascato per primo. Ci sono quelli che vorrebbero incolpare gli economisti dei molteplici mali di questo mondo, a partire dal neo-libberismo che ci affama eccetera, ma la questione è banale: molti giornalisti economici dovrebbero smettere di fare finta di essere economisti, perché di fatto non fanno che mostrare una strutturale incapacità di capire quali siano i punti di forza e le falle di un qualsiasi studio economico, così come esemplificato da quest’ultimo caso. La credibilità dei giornalisti è un capitale che si accumula più lentamente di quanto si possa sperare, e che si sperpera più velocemente di quanto si possa temere.

 

PS per i curiosoni: a questo link potete trovare il report.

3 thoughts on “Il report di Mediobanca su Eurexit è un pessimo papocchio

  1. Riccardo, condivido, ma leggere e commentare un rapporto che cita il blog goofynomics (insieme a tanta altra roba che poco ha a che fare con l’economia) e’ tempo perso. Ma capisco anche che ogni voce utile a pubblicizzare il livello infimo a cui e’ arrivata mediobanca e’ comunque utile!

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  2. Qualche nota.

    1. Tasso di cambio e produttività non sono correlati. Vero: https://keynesblog.com/2015/01/19/produttivita-euro/
    Non ha senso usare il tasso nominale, non è una misura accurata di competitività di prezzo. Questo lo spiega Bagnai nel suo libro di testo. Scritto quando ancora faceva solo il professore …

    2. Balance sheet effect dovuto a non ridenominazione era stato evidenziato persino da autori noeuro: https://keynesblog.com/2015/02/25/gli-eccessivi-ottimismi-sulluscita-dalleuro/

    3. Problema inflazione c’entra poco con la stampa di moneta in sé. C’entra con l’enorme svalutazione che avremmo che rischia di innescare rincorsa svalutazione -> prezzi –> salari –> prezzi –> svalutazione –>… Nel 1992 evitammo la cosa eliminando la scala mobile. Oggi significa che la svalutazione dovrebbero pagarla i lavoratori con un crollo dei salari reali, come avviene praticamente sempre in corrispondenza di svalutazioni importanti (vedi UK 2008-2015 con -10% di salari reali)

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