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Ma guarda un po’: la #gerontocrazia68ina si accorge che i giovani sono poveri

Dopo avere occupato per decenni le poltrone del potere italiano con la scusa del fare la rivoluzione (ma quale rivoluzione! più che altro la rivoluzione a favore dei propri redditi), la gerontocrazia sessantottina comincia garbatamente ad accorgersi che le generazioni con tassi di povertà largamente più alti non sono quelle degli attuali pensionati oppure di chi ha più di 55 anni, ma le generazioni più giovani, e in particolare quella di chi ha tra i 35 e i 44 anni e -ancor peggio-  quella di chi ha tra i 18 e i 34 anni.

I dati ISTAT sulla povertà assoluta mostrano differenze generazionali abominevoli: il tasso di povertà assoluta per chi ha tra i 18 e i 34 anni è del 10,4%, ovvero più del doppio rispetto al 3,9% di chi ha più di 65 anni.

Breve nota tecnica: la soglia di povertà assoluta si riferisce al valore dei beni acquistabili mensilmente da parte di una famiglia per assicurare una vita dignitosa ad ogni suo componente, e dunque essa dipende dal numero di membri della famiglia stessa e dalla sua collocazione geografica, in quanto i prezzi per i beni di consumo sono tipicamente più alti al nord e nelle grandi città.

Tanto per intenderci (qui il calcolatore sul sito ISTAT): per un single che vive al nord in una città con almeno 250mila abitanti la soglia di povertà è di 817 euro al mese circa, mentre per una coppia è di 1130 euro (perché non il doppio? perché ci sono costi comuni come l’affitto e il riscaldamento che possono essere spalmati su due persone). Nel caso di una famiglia con due adulti e un bambino di meno di tre anni la soglia di povertà sale invece a  1272 euro mensili. Chiusa la breve nota tecnica.

L’aspetto farsesco e piuttosto fastidioso della questione è che la gerontocrazia sessantottina al potere -purtroppo recentemente affiancata dai giovani virgulti renziani- ha passato gli ultimi 20-30 anni a lamentarsi per la povertà dei pensionati, a stracciarsi le vesti per le sacrosante riforme delle pensioni di Amato, Maroni e Fornero, salvo tirare un sospiro di sollievo per il salvataggio dei pensionati e dei lavoratori anziani dentro la riforma Dini, e per lo smantellamento di parte della riforma Maroni da parte di Damiano.

In altri termini la classe politica e sindacale di verace tradizione sessantottina, in buona compagnia di molti giornalisti appartenenti alla stessa nobile schiatta, ha fatto di tutto perché l’opinione pubblica si preoccupasse soprattutto della povertà dei pensionati (fenomeno certamente non assente, beninteso) per tralasciare lungamente il fenomeno peggiore, più ampio e in crescita rappresentato dalla povertà giovanile.

Perché c’è una questione di giustizia generazionale che molti vorrebbero passare sotto silenzio, e che andrebbe indagata con attenzione di gran lunga maggiore: il fatto è che l’aggiustamento alla crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008 è avvenuto soprattutto tagliando salari e posti di lavoro dei giovani e intervenendo in maniera molto più blanda su posti di lavoro e salari delle persone di mezza età, e sulle pensioni.

Qualcuno vorrebbe invece consolarsi -e fingere di risolvere così il problema- tirando fuori l’idea della staffetta generazionale, cioè l’idea di aumentare l’occupazione dei giovani mandando in pensione prima gli ultra-cinquantenni. Peccato ci si dimentichi che il numero di posti di lavoro in un’economia non è fisso in maniera irrevocabile (la sfida è creare nuovi posti di lavoro veri, cioè non sostenuti artificialmente dalla spesa pubblica improduttiva), e soprattutto che i prepensionamenti non sono gratis, in quanto serviranno più contributi previdenziali e più soldi dei pagatori di tasse per finanziare queste pensioni ulteriori.

E ora la gerontocrazia sessantottina, ammantata di scarsissima dignità intellettuale e purtroppo accompagnata da alcuni suoi giovani et zelanti eredi, si dimentica di tutta l’enfasi passata sui poveri pensionati per mostrare qualche garbato senso di preoccupazione per la povertà dei giovani.

Forse sarebbe doveroso un momento di silenzio da parte di costoro. Se non un silenzio, almeno l’inizio di una riflessione sui propri errori di classe dirigente, in attesa della sacrosanta e tardiva decisione di andare finalmente in pensione.

2 thoughts on “Ma guarda un po’: la #gerontocrazia68ina si accorge che i giovani sono poveri

  1. Egr. Professore, la preoccupazione della povertà giovanile da parte della gerontocrazia 68ina come Lei la definisce, è direttamente proporzionale alla preoccupazione dei giovani verso gli anziani, in parole povere (tanto per stare nel tema)a mio parere agli anziani poco importa dei giovani e viceversa. In 40 anni di lavoro (settore privato, badi bene) ho pagato una valanga di tasse, contributi, mi sono pagato il mutuo x la casa, ho cresciuto, fatto studiare una figlia, senza ottenere bonus di nessun genere ed andava bene così, una volta pensionato sono diventato improvvisamente un parassita. Appartengo a pieno titolo, data la mia età anagrafica a quella generazione 68ina tanto da Lei disprezzata, ho partecipato alle occupazioni, ho manifestato ai cortei, ma mi sono dato tanto da fare nel lavoro. Certo forse all’epoca le condizioni erano diverse, tanto per fare un esempio, nel mio campo lavorativo dello shipping, il mercato del lavoro offriva sempre allettanti prospettive e non si faceva fatica a cambiare lavoro per uno meglio remunerato, ma le assicuro che anche per un giovane di 40 anni fa le difficoltà erano enormi e ai vecchi di allora poco o nulla importava del nostro disagio giovanile. Accetto la sua critica, magari avrò pure scarsa dignità intellettuale, ma mi lasci dire con tutto il cuore che non mi sento per nulla responsabile della povertà giovanile sbandierata in questi periodi in ogni dove, magari le responsabilità sono altrove,
    Cordialmente la saluto e continuerò a seguirla

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